Una voce femminile, il silenzio di un frate e quel mazzo di rose: la Corte cerca la verità su Nada Cella

di Emilie Lara Mougenot

4 min, 12 sec

Dopo quasi 30 anni, la Corte d’Assise cerca risposte sull’omicidio della segretaria di Chiavari. Attesa per le nuove deposizioni

Una voce femminile, il silenzio di un frate e quel mazzo di rose: la Corte cerca la verità su Nada Cella

Dopo decenni di mistero il processo per l’omicidio di Nada Cella entra nel vivo con la ripresa delle udienze e l’audizione di nuovi testimoni. L’ex insegnante Anna Lucia Cecere è imputata per omicidio volontario aggravato, mentre il commercialista Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, è accusato di favoreggiamento. La madre del professionista, inizialmente indagata, è stata stralciata dal procedimento per motivi di salute. L’obiettivo della Corte d’Assise è ricostruire con precisione chi fosse presente nello studio di via Marsala la mattina del 6 maggio 1996, quando la giovane segretaria venne brutalmente uccisa.

Le telefonate e i dubbi - Questa mattina, durante il processo, è stata sentita una nuova testimone chiave: Giuseppina Vaio, cliente di Soracco che chiamó il numero dello studio la mattina del delitto.  Furono tre chiamate effettualte tra le 8.50 e le 9.15 (così aveva dichiarato all’epoca dei fatti). Alle prime due rispose una voce femminile “affrettata” che le disse che non era lo studio che cercava, mentre alla terza chiamata rispose lo stesso Soracco. In questa conversazione il commercialista avrebbe chiesto alla Vaio di ricontattarlo più tardi perché nello studio sarebbe avvenuta una "aggressione". Allo stesso tempo, però, quando Soracco chiamò i soccorsi - ed era grossomodo la stessa ora - avrebbe parlato di un malore, una dichiarazione che contrasta con quanto avrebbe affermato nella telefonata con la cliente. Chi era la donna che rispose alle prime due telefonate? Ha avuto un ruolo nelle dinamiche dell’omicidio?

Il segreto del frate – Chiamato a testimoniare, il frate Lorenzo Zamperin, ottantaduenne ha ripetuto più volte di non ricordare le confidenze ricevute da Marisa Bacchioni, madre del commercialista Marco Soracco. Eppure, nel 2021, aveva raccontato che la donna sapeva chi fosse l’assassina di Nada: una donna invaghita del figlio, ma da lei ritenuta “poco seria”, una "ragazza madre". Nonostante i ripetuti tentativi di chiarimento, Zamperin ha continuato a dichiarare di non ricordare. Alla fine, il giudice ha disposto l’acquisizione delle sue precedenti dichiarazioni di quattro anni fa. Padre Zamperin, religioso del convento di viale Tappani, ha dichiarato in aula di non aver mai conosciuto Marco Soracco e di aver visto solo occasionalmente la madre. L’atteggiamento di padre Zamperin in aula ha lasciato un’ombra sulla sua testimonianza. 

Il convento sorvegliato  – Il 18 giugno 1996, a poco più di un mese dal delitto, una telefonata tra due religiosi del convento dei frati cappuccini di Chiavari venne captata dagli inquirenti. Durante la conversazione, uno dei due si chiese se fossero intercettati. L’altro rispose in modo diretto: «Sì, pensano che potremmo sapere qualcosa su quel delitto». Dalle testimonianze emerge che il convento di viale Tappani fosse un luogo di riferimento per alcuni protagonisti della vicenda. La Bacchioni lo frequentava, e più volte avrebbe parlato con il frate delle sue preoccupazioni per il figlio. Anni dopo l’omicidio, nel 1999, tutti i frati vennero trasferiti altrove. Un dettaglio casuale ?

Segreto confessionale ? – Durante le indagini del 1996, gli investigatori tentarono di ottenere informazioni da frate Lorenzo Zamperin, convinti che potesse conoscere dettagli rilevanti sull’omicidio. Tuttavia, il religioso si appellò al segreto confessionale, un principio inviolabile per la Chiesa cattolica che impedisce ai sacerdoti di rivelare quanto appreso in confessione, pena la scomunica. Questo vincolo ha rappresentato un ostacolo per gli inquirenti, che non poterono acquisire elementi potenzialmente utili all’inchiesta. Un segreto che sembra portare avanti tutt’oggi visto che in aula ha continuato "non ricordare" nulla.

Nada e i rapporti con il commercialista - Nada Cella non amava il suo lavoro nello studio di Marco Soracco. Lo raccontano oggi in aula Debora e Sabrina, due amiche storiche della giovane Nada. Lei sognava un’altra carriera, studiava lingue e sperava di trovare un impiego più adatto alle sue aspirazioni, ma nel frattempo restava legata a quell’ufficio, pur senza entusiasmo. A rendere ancora più pesante il clima, secondo le testimoni, erano i rapporti con il datore di lavoro, la madre e la zia di lui. Le due amiche hanno ricordato un episodio emblematico: un mazzo di rose ricevuto da Nada senza un biglietto firmato, ma che all’epoca sembrava inequivocabilmente provenire da Marco Soracco. Pochi giorni dopo, il commercialista la invitò a cena, ma Nada rifiutò. Un gesto che, secondo le testimoni, potrebbe aver contribuito a inasprire ulteriormente l’atmosfera nello studio. A pesare su Nada non erano solo le attenzioni del datore di lavoro, ma anche le insistenze della madre di lui, Marisa Bacchioni. “Siete entrambi giovani, perché non uscite insieme?” avrebbe più volte chiesto alla ragazza. Nada, però, respingeva sempre l’idea. Questa dinamica, per l’accusa, rafforza la tesi secondo cui Annalucia Cecere, imputata per il delitto, avrebbe visto nella segretaria un ostacolo da eliminare per ottenere il posto di lavoro e l’attenzione di Soracco.

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