A Genova la mostra "Sono Io": la vita di Letizia Battaglia in 100 foto
di Riccardo Testa
La fotografa morta nel 2022 ha dedicato la vita ad anima, violenza e contraddizioni della Sicilia

Letizia Battaglia, nata a Palermo nel 1935 e morta nel 2022, è forse la più intensa e rappresentativa tra le fotografe italiane. Dal 29 aprile all'1 novembre di quest'anno, nelle Munizioniere del Palazzo Ducale di Genova tutto ciò che è filtrato attraverso il suo obiettivo indiscreto e attento è condensato in oltre cento scatti, esposti su 800 metri quadri sospeso in un contrastato luce e ombra: il visitatore fluttua come in un piano astrale tra fotogrammi pulsanti in un saturo bianco e nero.
Autrice di documenti iconici, come gli scatti del cadavere ancora caldo di Piersanti Mattarella, non è però una reporter, nè si considerava una documentarista: per sua ammissione, ciò che raccontava negli scatti era sè stessa, la sua realtà storica e intima: un'artista realista e viscerale capace di trasportare chi osserva indietro di trenta o quarant'anni, nella verace e spietata Sicilia degli anni di piombo, e nelle sue contraddizioni più segrete, inedite, pruriginose. La prima malizia negli occhi della ninfa, una scena strappata al mito greco, la Pietà nel corpo inerte di un morto di mafia, la sessualità dirompente sotto l'ipocrisia castrante del velo, della narrativa morale, del patriarcato storico. Ma anche, e soprattutto, la Mafia. La Mafia negli occhi dei bambini che giocano, nelle pistole impugnate dai picciotti, nel vuoto lasciato da Peppino Impastato, nella sproporzione di corpi straziati, imbrattati, trafitti dai proiettili.
La Sicilia vera, quella che in parte già non c'è più, è raccontata, con crudezza, nell'amore. Cultura, costume, colore sono serviti in salsa di estetica pura, e nonostante ciò le foto sono e rimangono documenti integrali, di rara veggenza. Letizia Battaglia, nata in un contesto di agio piccolo borghese, ha una sprezzante vocazione di fotografia militante, connotata da una devozione ossessionata per il sociale. Il suo lavoro, però, non è un reportage; è, invece, la definizione paradigmatica del "documento d'arte".
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