Processo Morandi, i periti in aula: nuove conferme sulle cause del crollo
di Emilie Lara Mougenot
I periti del tribunale confermano che le ispezioni mancate e la fiducia nelle prove riflettometriche hanno contribuito al cedimento

Per chi ha poco tempo
1️⃣ La perizia integrativa conferma che il crollo della pila 9 poteva essere evitato con controlli adeguati.
2️⃣ Autostrade per l’Italia non ha mai ispezionato la sommità dello strallo ceduto.
3️⃣ La cavità nella pila 9 si sarebbe formata per infiltrazioni esterne, non da un difetto interno.
La notizia nel dettaglio
Oggi riprendono le udienze presso il tribunale di Genova. I periti che hanno redatto la perizia integrativa espongono le loro conclusioni in aula, alla presenza degli imputati e di Egle Possetti, portavoce del comitato delle vittime del Morandi e di Emanuele Diaz fratello di una giovane vittima.
Il crollo del Ponte Morandi si sarebbe potuto evitare se la pila 9 fosse stata ispezionata come la pila 11 negli anni ‘90 ? È quanto emerge dalla perizia integrativa richiesta dal tribunale, che evidenzia carenze nei controlli effettuati da Autostrade per l’Italia.
Secondo i periti, le ispezioni non hanno mai riguardato la sommità dello strallo crollato, e si è commesso l’errore di fare affidamento sulle prove riflettometriche, ritenute insufficienti per una valutazione strutturale adeguata.
Ispezioni mancate - Le analisi hanno confermato che Autostrade per l’Italia non ha condotto controlli diretti sulla sommità dello strallo che ha ceduto, a differenza di quanto fatto per altre parti del viadotto. Questo ha impedito di rilevare criticità strutturali che avrebbero potuto prevenire il disastro.
Errore metodologico - Secondo i periti, l’uso delle prove riflettometriche (test diagnostici che utilizzano onde elettromagnetiche per analizzare la struttura interna di un materiale, ndlr.) valutandone eventuali difetti o degrado si è rivelato inadeguato per individuare danni significativi alla struttura. La fiducia riposta in questo metodo ha portato a una sottovalutazione del degrado della pila 9, contribuendo indirettamente al crollo.
Infiltrazioni esterne - Un altro elemento chiave riguarda la cavità scoperta nella pila 9 dopo il crollo. Gli esperti escludono che sia stata causata da un difetto interno occultato in fase di costruzione, come sostenuto dalla difesa degli imputati. Al contrario, ritengono che la cavità si sia formata nel tempo a causa di infiltrazioni d’acqua esterne, aggravando la vulnerabilità della struttura.
Interventi - Dopo la relazione del perito Rosati, è intervenuto in aula anche l’ingegnere stradale Massimo Losa, che ha sottolineato l’importanza di condurre un’analisi storico-critica delle opere come il Ponte Morandi. Losa ha evidenziato le criticità delle pile di diversi ponti di Morandi e dei cavi ricoperti dal calcestruzzo, un elemento che rende più difficile il monitoraggio delle condizioni della struttura nel tempo.
Il precedente della pila 11 - L’ingegnere ha poi parlato della pila 11 del Ponte Morandi, dove negli anni ‘90 fu scoperta una cavità nella parte bassa: Le armature di cemento non erano disposte secondo il progetto, tanto che non si riusciva più a distinguere cavi primari da secondari e molti cavi erano corrosi.” Questo precedente avrebbe dovuto far prevedere criticità simili sulla pila 9, poi crollata nel 2018.
L’allarme ignorato - Losa ha citato una mail tra due imputati, Meliani (dirigente Aspi) e Ceneri (dirigente Spea), in cui si segnalava il degrado delle pile 10 e 11, un elemento che avrebbe dovuto portare a ulteriori verifiche anche sulla pila 9.
Difesa e accuse - Gli avvocati degli imputati sostengono che il degrado della pila 9 fosse dovuto a un vizio occulto di costruzione, non individuabile con normali ispezioni. I periti, tuttavia, ribadiscono che adeguati controlli avrebbero potuto rivelare il progressivo ammaloramento della struttura, consentendo di intervenire prima del disastro.
Norme tecniche nel tempo - La perizia integrativa ha analizzato l’evoluzione delle norme tecniche per la costruzione e la manutenzione dei ponti in cemento armato. Dal 1960 a oggi, le linee guida si sono evolute, introducendo criteri più stringenti per le verifiche di stabilità. Tuttavia, all’epoca della costruzione del viadotto Polcevera, l’interpretazione di Morandi sulle tecniche di precompressione si discostava dagli standard dell’epoca.
Controlli insufficienti - Già nel 1967, il Ministero dei Lavori Pubblici aveva stabilito la necessità di ispezioni straordinarie in presenza di segnali di deterioramento. Nel caso del Ponte Morandi, la mancata applicazione rigorosa di queste direttive ha impedito di individuare i problemi strutturali che hanno portato al crollo.
Verifiche di sicurezza - La perizia sottolinea che la stabilità di un ponte esistente non può essere verificata solo attraverso metodi teorici. È necessaria una conoscenza approfondita della geometria e delle proprietà dei materiali effettivamente utilizzati nella costruzione.Nel caso del viadotto Polcevera, le verifiche sono state insufficienti a garantire la sicurezza dell’infrastruttura. La rottura di un singolo strallo ha compromesso l’intera struttura, portando al collasso improvviso della pila 9. Questo approccio, sebbene innovativo all’epoca, è stato superato nel tempo da metodologie più sicure che prevedono ridondanze per evitare cedimenti catastrofici.
Per restare sempre aggiornati sulle principali notizie sulla Liguria seguiteci anche su Whatsapp, su Instagram, su Youtube e su Facebook.
Condividi:
Altre notizie

Chiavari, scolaresca in gita sul fiume Entella scopre un cadavere
04/04/2025
di E.L.M

Nuovi arresti per l’aggressione di Cogoleto, misure cautelari per due persone
04/04/2025
di E.L.M